AGRIFOOD ONE: ALLA RICERCA DELL’ULTRARENDIMENTO

Pubblicato da Garnell | giugno 13, 2017 | ARCHIVIO, Investimenti
AGRIFOOD ONE: ALLA RICERCA DELL’ULTRARENDIMENTO

ECONOMIA REALE E INVESTIMENTI NELL’AGROALIMENTARE ITALIANO

È un dato di fatto ormai: dalla grande crisi siamo definitivamente usciti. E mentre il dibattito politico ora si infiamma intorno alla diversa velocità di reazione delle principali economie mondiali, alla lentezza esasperante e al passo discontinuo della ripresa nel nostro Paese, due evidenze – la perdurante instabilità del sistema finanziario connessa all’estrema volatilità dei mercati, la crescente divaricazione tra economia reale e modelli finanziari illusori – e un dilemma – come perseguire rendimenti adeguati a fronte di un’efficace gestione del rischio – disturbano i sonni dei risparmiatori italiani post crisi.

A partire dall’inizio di questo secolo infatti, e in particolare dopo il fallimento di Lehman, il tradizionale approccio d’investimento fondato sulla diversificazione del portafoglio non è stato antidoto sufficiente alla crescita della correlazione tra le diverse asset class. Al contrario, sui mercati finanziari regolamentati, a fronte di un significativo incremento dei rischi, si è registrata una sistematica contrazione delle performance.In questo contesto adottare soluzioni di investimento non convenzionali, diventa un indirizzo ineludibile, nonché urgente.

Lo dimostrano le scelte di investimento delle famiglie italiane che, sotto la spinta delle ultime crisi finanziarie, sono radicalmente cambiate. Lo stesso Governatore della Banca d’Italia, in un’audizione al Senato sullo stato del risparmio nazionale, lo ha recentemente sottolineato: poco più del 30% delle attività finanziarie delle famiglie, pari a ca. 1.300 miliardi di Euro è rappresentato da circolante e depositi (bancari e postali) che, nel 2005, assommavano a poco più del 20%. Avendo il sistema bancario dimostrato i propri attuali limiti nel trasferire tali risorse alle imprese per favorire così il rilancio dell’economia reale italiana, questa importante fetta del risparmio nazionale, asset strategico per il Paese, si è trasformata in capitale inagito.

Né, a questo obiettivo, hanno contribuito i mercati finanziari domestici, che, come già anticipato in premessa, sono poco rappresentativi dell’economia italiana.

Solo poche imprese protagoniste del successo del Made in Italy sono quotate, ma investire direttamente in esse, con tempi e modalità che rispettino i cicli produttivi, per dare sostegno al loro sviluppo, alla ricerca di performance adeguate e sostenibili nel tempo, significa trasformare capitali dormienti in capitali pazienti, innescando potenti circoli virtuosi, con ricadute positive su tutto il Paese e ovviamente sugli stessi investitori.

Negli ultimi 10 anni in Italia gli investimenti in private equity, ovvero l’acquisizione diretta di partecipazioni in società non quotate, hanno generato rendimenti positivi, “doppiando” quelli dei mercati regolamentati. In particolare il settore dell’agroalimentare, una delle principali eccellenze italiane, ha mostrato un andamento anticiclico, contribuendo alla crescita economica del nostro Paese e del numero degli occupati nonostante il periodo di recessione.

L’intero sistema agroalimentare, che comprende i settori della produzione alimentare, della trasformazione e della distribuzione, muove circa 274 miliardi di Euro con 3,3 milioni di occupati e, considerato il suo indotto, rappresenta, in termini di valore aggiunto, il 14% del PIL con alte potenzialità di sviluppo, specialmente nei mercati esteri.

Valore chiave della crescita del Made in Italy nel mondo sono le indicazioni geografiche, di cui l’Italia è leader mondiale, con 814 prodotti certificati nel food and wine – l’export vale 7,8 miliardi di euro con un trend positivo del 9,6% – , la meccanica per l’agricoltura e per l’industria alimentare (che esporta fino all’80% della sua produzione), l’estrema sensibilità e capacità di cogliere e sfruttare nuovi trend di consumo che ci caratterizzano per l’alto grado di innovazione e originalità nell’offerta e nella varietà di prodotti. Tutto ciò, pur innescando un alto tasso di contraffazione dei prodotti italiani all’estero – il cosiddetto Italian Sounding –, non ha intaccato il primato di riconoscibilità del Made in Italy, ma ha aperto ampi spazi per il recupero di quote di mercato indebitamente sottratte.

Tuttavia, rispetto ai nostri vicini europei, soffriamo d’inefficienza e di mancanza di competitività per l’estrema polverizzazione dell’offerta produttiva, la bassa articolazione delle reti distributive e una propensione all’esportazione che ci colloca dietro a Belgio, Spagna, Francia, Germania e Olanda. I circa 30 miliardi di euro di export dell’industria alimentare italiana rappresentano il 23% del fatturato di settore, contro il 33% della Germania e 26% della Francia. In termini numerici solo il 12% delle imprese alimentari italiane – circa 6.500 imprese – esporta e lo fa principalmente verso i Paesi dell’Unione Europea (2/3 delle esportazioni), malgrado la domanda di beni agroalimentari italiani con i maggiori tassi di crescita arrivi da Paesi Extra UE.

Nel pensare Agrifood One abbiamo immaginato come colmare questo gap investendo nell’intera filiera dell’agroalimentare “Made in Italy” con l’obiettivo di incrementarne la redditività, il valore aggiunto, l’export generando ciò che noi definiamo un ultrarendimento. Puntare sullo sviluppo di benefici sociali e ambientali, che solo un settore così strategico dell’eccellenza italiana può innescare nel nostro Paese, significa produrre un rendimento che pone i suoi orizzonti oltre il ritorno economico, significa promuovere una concezione dell’impresa che tenga al centro l’uomo, dove il profitto integri il bene della sua comunità di stakeholder – azionisti, lavoratori, clienti, fornitori – e i principi di sostenibilità economica, sociale, ambientale, in un’unione virtuosa che ne garantisca il successo nel medio-lungo periodo.

Se l’integrazione di nuove metriche comprensibili, sviluppate in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, ci consentirà di monitorare l’ultrarendimento generato dai nostri investimenti, – affiancando così alle analisi quantitative le analisi qualitative – la partnership strategica con Slow Food Italia ci consente di integrare le competenze specialistiche, la gestione del processo di investimento e la conoscenza approfondita del settore agroalimentare nella fase di ricerca delle opportunità d’investimento con l’analisi tecnica e finanziaria delle imprese selezionate e di gestione delle partecipazioni, mettendo al centro la sostenibilità di lungo periodo e la ricerca di un adeguato rendimento.

Lasciare un’impronta – generando appunto ultrarendimento – sui sistemi sociali, sui diritti dell’individuo e sul progresso delle comunità, della cultura e della partecipazione è quanto auspichiamo.

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