I NUOVI PIANI INDIVIDUALI DI RISPARMIO:
COSA SONO E COME FUNZIONANO

Pubblicato da Garnell | luglio 7, 2017 | ARCHIVIO, Investimenti

CIFRE, REGOLE E VINCOLI DEI PIR INTRODOTTI CON LA NUOVA LEGGE DI BILANCIO


Investire in piccole e medie imprese e ricevere allo stesso tempo un beneficio fiscale. Una sintesi ideale resa possibile dall’inizio di quest’anno dall’introduzione dei PIR. La sigla sta per Piani Individuali di Risparmio. Pensiamoli come contenitori di diversi strumenti di investimento – azioni, obbligazioni, fondi, polizze, conto corrente – pensati per i risparmiatori ordinari.

Il governo ha introdotto i PIR con la legge di Bilancio varata alla fine del 2016, e i primi dati disponibili parlano già di un’accoglienza molto calorosa: nel primo trimestre 2017, infatti, sono stati raccolti oltre un miliardo di euro e si stima che alla fine dell’anno saremo a circa 10 miliardi, oltre ogni aspettativa. L’obiettivo del Ministero dell’Economia era «canalizzare il risparmio delle famiglie verso investimenti produttivi di lungo termine, favorendo in questo modo la crescita del sistema imprenditoriale italiano». Tradotto: creare un collegamento diretto tra i cittadini che hanno dei risparmi da investire e l’economia reale, quella delle PMI italiane di eccellenza, che in tal modo non avrebbero bisogno di ricorrere al credito bancario per finanziare i loro piani di sviluppo.

Come funziona in concreto un Piano Individuale di Risparmio? Partiamo dall’importo massimo: si possono investire fino a 30mila euro all’anno, per un massimo di 150mila euro in cinque anni. È questa infatti la durata minima per ottenere lo sconto fiscale: niente tasse sui proventi che derivano da questi investimenti. Se ne può attivare uno a testa: basta essere persone fisiche e risultare fiscalmente residenti in Italia. È possibile sottoscrivere dei PIR anche a nome dei figli, inclusi quelli minorenni.

Ci sono poi delle regole per il mix di investimenti che metteremo dentro il nostro contenitore. Se il 30% del valore investito può essere destinato a qualsiasi strumento finanziario (obbligazioni o azioni, quotate e non, scambiate nei mercati regolamentati o sui sistemi multilaterali di negoziazione), almeno il 70% deve riguardare strumenti emessi o stipulati con imprese residenti in Italia. Se sono europee, devono comunque avere una stabile organizzazione nel nostro Paese. Di questo 70%, poi, almeno il 30% deve essere destinato a imprese che non compongano l’indice FTSE MIB, il principale indice del mercato azionario italiano e del quale fanno parte le principali 40 società quotate alla Borsa di Milano, caratterizzate da elevata liquidità e capitalizzazione.

Questi vincoli hanno uno scopo preciso: indirizzare il risparmio verso l’economia reale, in particolare a favore di aziende che hanno più bisogno di risorse e maggiori difficoltà di accesso al credito attraverso le banche. In questo modo si può favorire lo sviluppo delle PMI italiane. Inoltre, non si può investire più del 10% del valore complessivo in strumenti emessi dalla stessa società, o da aziende dello stesso gruppo. Una soglia che punta a garantire ai risparmiatori una differenziazione del portafoglio e quindi un’adeguata ripartizione del rischio.

Secondo il Ministero dell’Economia, il successo dei PIR sta iniziando a dare benefici diretti alle piccole e medie imprese in termini di liquidità, con volumi negoziati in Borsa per le imprese dell’indice Star (quello che riguarda le società di medie dimensioni) più che raddoppiati a marzo 2017, mentre il FTSE MIB si è fermato a un più 4%.

Una volta compreso di cosa si tratta, possiamo quindi chiederci se i PIR rappresentino una scelta effettivamente vantaggiosa per investimenti a medio-lungo termine, se, in sintesi, i pro superino gli eventuali contra.

A controbilanciare il successo registrato fin dal loro esordio, voci di critica si sono levate intorno ai PIR. Per taluni c’è il rischio concreto che si crei una pericolosa bolla sugli indici minori di Piazza Affari, apprezzandosi le quotazioni delle società che li compongono non in virtù delle loro qualità fondamentali, ma perché sospinte dalla troppa liquidità. Per altri c’è il timore che gli investimenti si possano canalizzare su progetti d’impresa che non hanno ottenuto il supporto delle banche e il rischio che invece di adeguati rendimenti esentasse i risparmiatori soffrano di ingenti perdite. Un ruolo fondamentale lo giocheranno quindi le Società di Gestione del Risparmio (SGR), ovvero i loro team di gestione, che dovranno essere abili – in ogni caso più abili delle banche – nel selezionare progetti d’investimento meritevoli di essere finanziati. E questo ha un prezzo.

L’intermediario, la SGR appunto o una compagnia assicurativa, che gestisce il PIR, ha un costo annuo che varia tra 1,20% e 1,35%. Da taluni considerato troppo elevato, smussa i benefici fiscali applicabili in questo caso sulle plusvalenze.

Volendo investire nei PIR, occorre poi ricordarsi che l’incentivo fiscale è vincolato a una durata almeno quinquennale dell’investimento: se, per una qualche sopravvenuta necessità, volete disinvestire in anticipo e rendere liquidi i risparmi accumulati, non godrete del beneficio fiscale, poiché scatterà automaticamente la normale aliquota del 26% sulle plusvalenze.

Come sempre vale la regola aurea secondo la quale – per la valutazione delle opportunità di investimento legate, oltre che alle specificità dello strumento finanziario, alla personale situazione economico-finanziaria – è sempre consigliabile ricorrere alle competenze di un consulente di fiducia. Sarà lui a informarvi esaurientemente su rischi e rendimenti attesi e, a seconda del vostro profilo, a consigliarvi la giusta strada da intraprendere.

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