Il fenomeno Carbon Risk

Pubblicato da Garnell | gennaio 24, 2018 | ARCHIVIO, Energy Management

Il rischio climatico: cosa cambiare nel proprio mix energetico.

Tecnicamente si chiama «carbon risk» – rischio climatico – e non promette nulla di buono.
L’uso di energie fossili, infatti, non è solo dannoso per l’ambiente, ma rappresenta anche un rischio economico impossibile da trascurare. Per i governi e, di conseguenza, anche per le aziende. Se ne parla da tempo, ma il tema si è diffuso nelle stanze dei bottoni dopo la Cop21 di Parigi: questa ha fissato l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi, dando impulso a una serie di politiche e di strategie industriali basate sull’utilizzo di fonti alternative a quelle fossili tra cui il carbone.

Se la riduzione o almeno la stabilizzazione delle emissioni di anidride carbonica sarà una tendenza significativa dei prossimi anni – è il ragionamento, vinceranno gli stati e le società che sapranno allinearsi prima a questo fenomeno.

Così, non è un caso che diverse multinazionali abbiano cominciato a puntare sulle rinnovabili, sull’economia circolare e sulla riduzione delle emissioni dei processi produttivi. E allo stesso tempo, non è casuale che molti Paesi si siano dati degli obiettivi specifici per ridurre, o addirittura eliminare il carbonio dal loro mix energetico.

Sono molti i Paesi che hanno deciso di dire addio al carbonio.
La Francia lo farà dal 2022, la Gran Bretagna dal 2025, mentre il Belgio già nel 2016 ha chiuso le porte a una tra le fonti meno sostenibili al mondo. I Paesi Bassi ne faranno a meno dal 2030, mentre Finlandia, Portogallo, Irlanda, Austria, Svezia e Danimarca stanno valutando di uscire dal carbone entro il 2025.

Anche l’Italia ha dato via alle misure necessarie per chiudere con il carbone entro il 2025: a stabilirlo è stata, a novembre 2017, la nuova strategia energetica nazionale del governo, che prevede anche un aumento dell’uso di energia da fonti rinnovabili al 28% entro il 2030. Sono stati messi in conto investimenti per 175 miliardi di euro, di cui 30 miliardi per reti e infrastrutture, 35 miliardi per fonti rinnovabili e 110 miliardi per l’efficienza energetica.

Scelte che i cittadini approvano a larga maggioranza: secondo un recente sondaggio condotto da Edelman Intelligence infatti, oltre l’80% di canadesi, statunitensi, cinesi, polacchi, svedesi, francesi e britannici crede che sia importante avere un mondo alimentato completamente da energie pulite.

Anche l’Italia ha dato via alle misure necessarie per chiudere con il carbone entro il 2025 permetterebbe di ridurre il Carbon Risk collegato al nostro sistema economico a prezzi che secondo uno studio del WWF sono sostenibili per l’Italia.
Se infatti un possibile aumento dei costi dell’energia elettrica sarebbe limitato al solo 2025, sul fronte opposto si assisterebbe a un calo della spesa per lo sviluppo di infrastrutture per l’utilizzo del gas pari a 2 miliardi.
Non solo: accanto a una riduzione della CO2 si stimano al 2025 20 milioni di tonnellate all’anno in meno, si prevede anche un risparmio economico legato al mancato acquisto di permessi di emissione, per circa 2,5 miliardi di euro.

E per rimpiazzare i combustibili fossili, anche il biometano potrebbe dare un importante contributo: si calcola che al 2020 in Italia se ne potrebbero produrre 300mila tonnellate, da utilizzare anche per i trasporti.

 

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